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Amati, cioe’ chiamati ad amare |
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Domenica 13 Maggio 2012 00:00 |
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La Parola di questa domenica è attraversata dall’annuncio/rivelazione che “Dio è amore” (2 lettura) e dall’invito a “rimanere” in questo stesso “amore” (Vangelo), cioè a dimorare in una relazione vitale con Lui. L’amore è “il luogo” naturale dove abbiamo dimora, dal quale scaturisce la nostra vita e verso il quale siamo chiamati a camminare. Si “rimane” nella misura in cui si accoglie la dinamica dell’amore di Dio riversato nella nostra vita (cfr. Rm 5,5) e si cresce secondo questa misura. Quindi il “rimanere” di cui parla l’evangelista Giovanni non è per nulla qualcosa di statico, ma coincide con un movimento di apertura e di docilità all’Amore di Dio, che ha vissuto prima di tutto il Figlio: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.
L’amore, l’agape come lo definisce Giovanni e tutto il Nuovo Testamento è una realtà che scende dal Padre, innanzitutto sul Figlio, “l’amato” (così viene chiamato Gesù nel Battesimo o sul monte della trasfigurazione: Mc 1,11; 9,7), e poi attraverso il Figlio sui suoi discepoli, ponendoli nella stessa relazione che Lui vive con il Padre. L’amore quindi è prima di tutto “qualcosa” che si riceve: ciascuno fa esperienza passiva dell’amore di Dio su di sé e, di conseguenza e proprio in forza di questa esperienza, è chiamato ad amare di quello stesso amore, cioè diventa qualcuno che dona amore. Il cristiano riconosce che solo rimanendo fortemente innestato nella vite che è Gesù, cioè ricevendo in Lui l’amore del Padre, può manifestare quello stesso amore con la vita, amando i fratelli così come lui stesso è stato amato da Dio. Se si interrompe questa circolarità dell’amore, possiamo illuderci di essere capaci di amare, ma ben presto sperimentiamo il fallimento delle nostre buone intenzioni.
L’uomo ha in Dio la sua capacità di amare. Non solo, ma ha la capacità di amare come Dio ci ha amati, secondo la misura che ci ha mostrato nel Figlio: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Il dono e la chiamata straordinaria di ogni cristiano è la possibilità di amare come ha amato Gesù, “fino alla fine” (Gv 13,1)!
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Rimanere nella vita vera |
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Domenica 06 Maggio 2012 00:00 |
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Il Signore Risorto oggi ci chiama ad entrare nella profondità del rapporto che lo lega da un lato al Padre e dall’altro a noi, relazione d’amore descritta nell’immagine della Vite vera (Gesù), piantata sulla terra nell’incarnazione dall’Agricoltore (il Padre), per produrre il frutto dell’amore nei tralci che rimangono innestati in Lei (i discepoli). Il Vangelo torna con insistenza su questa unità di vita e di amore sottolineando l’urgenza vitale dei tralci di “rimanere” e “portare frutto” in Lui (espressioni ripetute rispettivamente 7 e 6 volte in soli 8 versetti!).
Il Vangelo si apre prima di tutto con una nuova rivelazione del Nome: “io sono la vite vera”, dove l’“io sono” riecheggia il Nome di Dio di Es 3,14 nel quale Dio stesso si presenta a Mosè nel roveto come “Colui che liberamente è e sarà presente accanto al suo popolo per liberarlo”. Iniziativa gratuita di Dio e promessa di relazione che non viene meno, testimoniata da tutta la storia della salvezza nella quale “Io sono” si offre al suo popolo con un amore ardente, prendendosi cura di lui in ogni modo. Come un vignaiolo si prende cura della sua vigna: cercando la terra giusta per piantarla, dissodando il terreno, piantando vitigni scelti, provvedendola dell’acqua necessaria per la sua crescita, potando e tirando i tralci. Sono necessari tanto amore, pazienza, cura, fatica, lavoro per piantare una vigna: dopo tutto questo, il vignaiolo deve solo attendere che la vigna “risponda” con il suo frutto dei grappoli maturi, risponda con l’amore al suo amore.
La vite cresce rigogliosa nei paesi caldi e il suo frutto produce una bevanda che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104, 15), che genera gioia e felicità. Per questo in tutte le culture dell’antico oriente la vite era simbolo di benessere, di abbondanza, di gioia di vivere. Lungo tutta la Scrittura è un potente simbolo utilizzato per descrivere la relazione fra Dio e il suo popolo Israele. La vite è il primo segno dell’alleanza di pace stretta con Noè che pianta una vigna subito dopo il diluvio (Gn 9,20-21); è contenuta nella benedizione di Giacobbe sui suoi dodici figli e in particolare su Giuda, il patriarca nel quale è promesso il Messia (Gn 49,8-12); è il primo frutto riportato dalla Terra Promessa dagli esploratori che prendono come segno della fecondità della terra donata da Dio (Nm 13,20-26); è figura del popolo eletto di Israele, soprattutto secondo la tradizione profetica: con questa immagine Osea descrive l’opera di Dio e la risposta infedele del popolo “Rigogliosa vite era Israele, che dava frutto abbondante; ma più abbondante era il suo frutto, più moltiplicava gli altari, più ricca era la terra più belle faceva le sue stele” (Os 10,1-3). Anche Isaia descrive la cura amorosa di Dio coltivatore per la vigna amata del suo popolo, il cui frutto non corrisponde al lavoro né all’amore del suo vignaiolo: “Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l'aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. (…) Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita” (Is 5,1-2.7). Anche per Geremia la vigna è il popolo fatta di “vitigni scelti, genuini”, ma è diventata “vite bastarda” (Ger 2,21).
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Il bel pastore che da' la vita |
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Domenica 29 Aprile 2012 00:00 |
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La quarta domenica di Pasqua presenta sempre il Cristo secondo l’immagine del “buon Pastore”, cioè come Colui che è il vero Pastore del suo popolo Israele (Sal 80: “Tu, pastore d’Israele ascolta”) proprio perché “dà la propria vita per le pecore”, nella sua Pasqua di morte e resurrezione (Vangelo). Il Crocifisso Risorto è il buon Pastore. Non si tratta semplicemente di essere un “buon” Pastore, ma il brano evangelico parla di un “bel” Pastore, dove la bellezza del Pastore è quella che scaturisce dal suo “deporre” la vita per il suo gregge, da quella appartenenza, conoscenza e amore che fanno di lui l’unico a cui importa delle pecore! Il Pastore è bello perché ama fino alle più estreme conseguenze le sue pecore, fino a morire per loro. La bellezza è sempre l’amore che si dona fino alla fine!
Nell’immagine del Vangelo di oggi sono chiaramente tratteggiati i lineamenti del Pastore/Agnello, che espone la sua vita per i suoi, morendo sulla croce (cf. Gv 10,11-15: riferimento alla morte di Cristo) e quelli del Pastore/Risorto, il Vivente che sarà il Pastore che ha vinto la morte per sempre (Gv 10,16-18: riferimento alla resurrezione): “l’Agnello sarà il loro pastore” (Ap 7,17). La Pasqua del Pastore Agnello crea comunione e unità: “ho altre pecore… diventeranno un solo gregge, un solo pastore”, al di là del popolo di Israele al quale Gesù è inviato inizialmente (“non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa di Israele” Mt 15,24).
Il nostro Pastore, il Signore Gesù, è l’unico e autentico pastore: egli “offre la vita per le pecore”, cioè rischia la vita, la espone ai pericoli dei briganti e degli animali feroci, pur di salvare le sue pecore. E arriva anche a dare la vita, a morire per i suoi. Egli non è un mercenario, uno che ha un qualsiasi genere di tornaconto personale in rapporto al gregge. Il Pastore invece è unito alle pecore da un legame personale e di amore. La relazione con il gregge è di appartenenza (“le mie pecore”) e di conoscenza (“conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”), cioè di amore perché si conosce veramente solo colui che amiamo e ci appartiene solo chi è oggetto del nostro amore. Non per nulla più tardi nel Vangelo di Giovanni, Gesù affermerà: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). La relazione d’amore con il gregge si spinge fino oltre la morte.
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Sono proprio io! |
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Domenica 22 Aprile 2012 00:00 |
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La Parola che il Signore ci dona oggi è Parola viva: ha il volto, la bocca, le mani, i piedi del Crocifisso Risorto che si offre a noi nel segno della memoria del pane e delle Scritture spezzate. Anche in questo Vangelo il Risorto si presenta ai suoi discepoli prendendo l’iniziativa di irrompere nel luogo dove si trovavano riuniti. E’ molto interessante che Gesù si mostri in mezzo ai suoi proprio mentre i due discepoli di Emmaus stanno narrando gli eventi accaduti lungo la via, quando lo straniero/Gesù aveva trasformato la loro fuga sconsolata nell’incontro ardente con Colui che spezza il Pane e la Parola. Il Risorto “appare” in mezzo alla comunità dei discepoli proprio quando ci raduniamo per fare memoria del gesto di Lui, del dono della sua vita, quando il Pane viene spezzato e quando le Scritture sono spiegate a partire dal mistero della sua Pasqua.
Il Signore Risorto sta in mezzo alla sua comunità con il dono della sua pace. La pace è il dono per eccellenza, il segno di un’armonia che è stata portata a compimento fra il cielo e la terra, il dono di Dio e il frutto dell’azione dello Spirito nella storia (“il frutto dello Spirito è amore, pace…” cfr. Gal 5,22). Ora la pace è il dono pasquale del Risorto perché la sua morte e resurrezione hanno inaugurato il tempo nuovo in cui l’Amore ha vinto la morte e lo Spirito fa germogliare nei discepoli una vita vissuta nello stesso amore. La pace, la “Sua pace” (Gv 14,27) è il frutto più maturo dello Spirito del Risorto donato ai credenti!
La paura dei discepoli è in forte contrasto con la pace che il Risorto annuncia e dona: ora il solo modo per vincere la paura e il dubbio davanti al Vivente è vedere e toccare che è veramente Lui il Crocifisso che ha amato fino alla morte! L’evangelista insiste particolarmente sulla corporeità del Risorto per indicare che Egli è il vivente, e che la sua vita da Risorto è in continuità con quella terrena: il Risorto porta ancora nelle sue membra i segni delle ferite della croce. I piedi e le mani che Gesù mostra portano i segni dei chiodi, segno dell’amore che si è lasciato ferire fino alla morte. Il Risorto non ha scavalcato la morte umana, ma l’ha attraversata in tutta la sua profondità e ora vive in un corpo trasfigurato da quell’amore che ha vissuto fino alle sue più estreme conseguenze.
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Beati i credenti |
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Domenica 15 Aprile 2012 00:00 |
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La Pasqua di resurrezione del Signore è il giorno in cui nasciamo come credenti!
Non basta essersi recati alla tomba vuota, né aver ascoltato la parola di angeli che proclamano l’assenza del Crocifisso dalla tomba. Non basta vedere i segni della Sua assenza. Occorre vedere e toccare i segni della Sua presenza! È necessario l’incontro con Lui, il Risorto e il Vivente, per cominciare a credere con una fede nuova, una fede pasquale e a vivere una vita nuova, da risorti e credenti!
Proprio oggi avviene il Vangelo che è proclamato nelle nostre liturgie domenicali: ci troviamo infatti nell’ottavo giorno dalla Pasqua, esattamente nello stesso “primo giorno della settimana” nel quale Gesù, il Crocifisso Risorto, si mostra ai suoi discepoli al completo, compreso Tommaso.
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